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Giovanni (Barba Nani) [Carve di Mel]

I personaggi

Me lo avevano fatto conoscere, qualche anno fa, degli amici comuni. E già al primo incontro capii che si trattava di un “personaggio”, di uno di quegli uomini che tanto hanno da dire perché tanto intensamente hanno vissuto la loro vita.

E la vita di Giovanni Comiotto, oltre che ricca di esperienze, era stata anche una vita lunga: aveva, allora, 89 anni, anche se ne dimostrava venti di meno.

L’ho visto poi in qualche altra occasione e ho avuto modo di registrare qualche ora dei suoi racconti sempre chiari, appassionanti, avvincenti, in particolare quelli relativi alla prima guerra mondiale – “la guerra nostra” la chiamava lui – della quale era rimasto uno dei rari protagonisti ancora viventi, e cavaliere di Vittorio Veneto.

E’ proprio su alcune sue testimonianze di guerra che mi piace soffermarmi per ricordare “Barba Nani”, anche perché di lui come uomo, come padre di famiglia provato da dolorose esperienze, come amministratore, è stato già detto ai suoi funerali e riportato su altri giornali.

Giovanni Comiotto, nella guerra del ’15 – ’18, non era un “ragazzo del ‘99”, perché nato nel 1896, ma era comunque un soldato molto giovane, anche perché, come ricordava spesso, era nato l’ultimo giorno dell’anno.

Era stato chiamato, come tanti altri, a combattere per ideali che oggi, forse, è difficile capire, ma di cui lui era, allora, molto convinto.

Sulle sue esperienze di guerra mi ha parlato per ore, raccontando fatti e situazioni veramente impressionanti. Per ovvi motivi, sono costretto a riportarne soltanto due, dai quali, però, si comprende tutta l’umanità e la sensibilità di quest’uomo già all’età di venti anni e pur in situazioni in cui dev’essere stato molto difficile “mantenere la mente serena”, come era solito ripetere anche lui.

Per ragioni di spazio tralascerò anche le domande dell’intervista e riporterò solo i brani più significativi anche degli stessi episodi.

Se era tre fradei, noi, sot le armi…qua te l paese ghe n è mort vintiquatro, fin tre te na famea…e noi se ea (*) in tre…un me fradel al è restà presonier; mi nò no son restà presonier: son restadi fora par miracol…è! …Par miracol! Là g ol difenderse fin l ultimo, è! Parchè no l è mia facile schivarse! Su l Grapa, i ultimi combattimenti de l Grappa, de cento e otanta son restadi vinti oto satu…de la compagnia, però (1)

E proprio sul Grappa si verifica il primo episodio che mi ha colpito e che riporto con le stesse parole del protagonista.

Quando che l è stata n certo punto, an capitano, che l comandea la nostra compagnia al à osà: “Centosei pronti per l’assalto!” e po ncora: “Savoia!”, l’à dit.
Allora quando che l’à dit “Savoia”, do tutti, a! Do de tuta velocità!
Al ea tuta n fracasso…m à tocà star anca co la mente serena, senò…Dopo l è rivà na granata e l à fata n macelo! …I feriti che ea là non se saèa se i ea italiani o todeschi…A tirar se tirea a brusapelo!
Alora un piande, un ciama…Mi, un che e el ea an pochetin de sot, son ndat là e l ò ciot e l ò tirà co mi, parchè i ea tuti sti caminamenti, se ea entro te n caminamento de i soi, no…Alora l ò sentist te l udor chel era todesco: mi credee che l fusse talian…I à n udor molto diferente de noi…l ò sentist te l udor…Ma lora al me basèa la man, al me saèa.
Dopo l à tirà là co mi…al la ea ciapada da mi, che ben s intende, parchè se tirea a brusapelo: al ea ciapà da qua e la ghe ea passada da drio, poaret…Al à dit: “Io essere ungherese, sì, io essere ungherese…”. Al olèa darme l arloio e l portafolio…Sta qua – dighe – sta qua…Dopo i à calmà an momento al combattimento e mi l ò portà ia, te n bus, là che l ea so de lori, ch là l ea tanti feriti taliani…al ò assà là, poaret, al me basèa la man…No saè quanti, quanti casi che sucede…; no l è da dir che se ghe tire cui sa…al è anca lori che defende la so patria, poareti…(2)

L’altro episodio riguarda un’operazione sulle Tofane; non si capisce bene come siano avvenuti i fatti, anche perché nel racconto si accavallano particolari che portano un po’ fuori pista, ma è senz’altro da sottolineare il comportamento del giovane Giovanni Comiotto in una situazione tragica.
Sichè…alora, cossa fali? I à impianta na galaria a ndar su te la roca: te la Tofana prima al è na roca che se ciama al Castelet.
Ben, alora ghe conte la famosa olta che i ea fat la galaria a ndar su, farli saltar par aria (i tedeschi).
I à mes dentro trentasie tonelate de dinamite, tresento e sessanta quintai, a farli saltar, là su, a! Orco! …Ma noi no se saèa, no, quando che la saltèa la mina. Se ea n ploton, là, e se montea doi insieme, parchè un non se ciape indormenžà.
Os’cia, a na žerta ora, na not, gnen là sto uficial e l dis: “ Vardè ragassi – al dis – che entro pòc parte al Catelet, la montagna – l à dit – e restarà solche le vedete qua”. E le vedete l ea mi e un da Massa Carrara.
“O mama mea son morti – l à tacà a dir sto me compagno – Comiotto son morti!”. E se spetèa la mort da n momento a l altro.
Al è gnest là l’uficial, poaret, e l lo à tirà ia el, parchè senò al saltèa do l crep el! Al à tirà ia el par no restar morti in doi e alora al me à mes al coton nte le reie a mi e po l m à basà: “Coraio – l à dit – coraio…”. Al piandèa a assarme là, ma un tochèa star, par forsa, al è l turno, non l è parzialità. Al m à assà là me posta.
Mi, ormai – ò dit – son mort…Tire fora al portafolio da la scarsela: al ea na coronata che me mare, quando che son ndat in guera, la m à dit: “Varda, fiol – la dis – te dae sta coronata qua – la dis – quando che te te ciapa mal, tirela fora che la è benedetta a Santantoni de Padoa”. Parchè, na olta, i ndea a Santantoni, i partia qua a ndar a Santantoni da Padoa anca a piè, par devožion.
Alora mi stae là, co sta corona, a spetar la mort; no disèe gnanca pì su l rosari: ormai non contèa pi gnent…(3)

Poi c’è il racconto della montagna che tremò per ventiquattro ore, lasciando cadere macigni dall’alto e ancora emerge un aspetto dell’animo buono di Giovanni: “Poaret, al ea n capitano che se à…mi no so cossa che arèe fat…al ciamèa, l era ferì e no l podèa pi moverse, al ciamèa aiuto…ghe a tocà star là…”(4)

Alla richiesta se fossero veramente consapevoli di quanto stavano facendo, barba Nani, non esitò un momento a rispondere: “Al ea n spirito de patria, veramente de patria, come che l ea de famiglia, se olèa…Noi, atento, noi i m à insegnà a scòla, a scòla da ragassi, che Trento e Trieste se no i me lo dea Francesco Iusèpe, ndar a ciaparlo co la forža: i m à istruì ancora ragassi de scòla…” (5)

Quella volta volle anche tentare di spiegarci la sua longevità e la forza fisica e d’animo che ancora possedeva: “O’ fat tre inverni sora i tremila metri e son temprà ben…Mi ame l fret, me lave sempre co l aqua freda, mai co l’aqua temperata. Mi no so come che l è che ò na energia cussì…Ma ò sabù corègerme su certi strapassi…el bere e cussì…” (6)

Ora anche il barba Nani se n’è andato e ha lasciato un grande vuoto, perché si è portato con sé novantatrè anni di esperienza…E’ proprio vero che quando muore un anziano è come se andasse a fuoco una biblioteca.

(*) Nel dialogo in dialetto troviamo sempre ea per era, es. Al ea n spirito de patria sta per al era…

[1] “Eravamo tre fratelli, noi, sotto le armi…qui in paese ne sono morti ventiquattro, perfino tre in una sola famiglia…e noi eravamo in tre…Uno dei miei fratelli è rimasto prigioniero; io, no, non sono rimasto prigioniero: ci siamo salvati per miracolo…eh!...per miracolo! Quando si è li, bisogna difendersi fino all’ultimo, eh! Perché non è mica facile sfuggire! Sul grappa, gli ultimi combattimenti del Grappa, di centottanta siamo rimasti ventotto, sapete? Della compagnia, però”.

[2] “Ad un certo punto un capitano che comandava la nostra compagnia ha gridato: - Centosei, pronti per l’assalto! – E poi ancora: - Savoia! – ha detto. Allora quando ha detto Savoia, giù tutti! Giù a gran velocità! C’era tutto un fracasso…Ho dovuto rimanere anche con la mente serena, altrimenti…Poi è arrivata una granata e ha fatto un macello! I feriti che c’erano lì non si sapeva se erano italiani o tedeschi…si sparava a bruciapelo! Allora uno piange, uno chiama…Io…c’era uno lì, un po’ sotto: sono andato lì e l’ho preso lì con me. Perché c’erano tutti questi camminamenti, eravamo dentro un camminamento dei loro…Allora l’ho sentito dall’odore che era tedesco; io credevo che fosse italiano…hanno un odore molto differente dal nostro…l’ho sentito dall’odore…Ma, allora, mi baciava la mano, mi baciava…Poi l’ho preso li con me…L’aveva presa da me (la pallottola), intendiamoci, perché si sparava a bruciapelo: l’aveva presa qui e gli era passata dietro, poveretto…Ha detto: - Io essere ungherese, si, io essere ungherese… - Voleva darmi l’orologio e il portamonete… - Stai qui, - dico io – stai qui…-. Poi c’è stata un po’ di calma dopo il combattimento e io l’ho portato via, in un buco, lì, che era loro, che lì c’erano tanti feriti italiani…L’ho lasciato lì poveretto, mi baciava la mano…Non sapete quanti, quanti casi succedono; non si deve pensare che uno spari così…anche loro difendono la loro patria, poveretti”.

[3] “Sicchè, allora, che fanno? Hanno scavato una galleria per arrivare su, sulla rocca: sulla prima Tofana c’era una rocca che si chiamava Castelet. Bene, allora vi racconto di quando hanno fatto la galleria per salire e farli saltare in aria (i tedeschi). Hanno messo dentro trentasei tonnellate di dinamite, trecento e sessanta quintali, per farli saltare, lassù…Orco!...Ma noi non sapevamo quando sarebbe scoppiata la mina. Eravamo un plotone, lì, e si montava la guardia a due a due, per evitare che uno fosse colto dal sonno. Os’cia, a una certa ora, una notte, si avvicina un ufficiale e dice: -Guardate ragazzi – ha detto – che fra poco salta il Castelet, la montagna – ha detto – e qui rimarranno solo le vedette. E le vedette eravamo io e uno di Massa Carrara. – Oh, mamma mia siamo morti! – Ha cominciato a dire questo mio compagno – Comiotto, siamo morti -. E aspettavamo la morte da un momento all’altro. E’ venuto lì l’ufficiale, poveretto, e lo ha trascinato via, altrimenti saltava giù dal crepaccio, lui. Lo ha trascinato via, perché non rimanessimo morti in due, poi mi ha messo il cotone nelle orecchie e poi mi ha baciato. – Coraggio – ha detto – coraggio… -. Piangeva per dovermi lasciare lì, ma uno doveva pur rimanere, per fprza, è il turno, non c’è parzialità. Mi ha lasciato lì da solo. – Io, ormai – ho detto - son morto… -. Tolgo il portamonete dalla tasca: c’era una coroncina che mia madre, quando sono andato in guerra, mi ha dato dicendomi: - Guarda, figliolo – dice – ti do questa piccola corona – dice – quando ti troverai in difficoltà, tirala fuori, che è benedetta a Sant’Antonio di Padova…-. Perché, una volta, andavano a Sant’Antonio, partivano qui per andare al Santo di Padova, anche a piedi, per devozione. Allora resto là, con questa corona, ad aspettare la morte; non recitavo nemmeno più il rosario: ormai non contava più nulla”.

[4] “Poveretto, c’era un capitano che…non so cosa avrei fatto…chiamava, era ferito e non si poteva muovere, chiamava aiuto…ha dovuto rimanere lì”.

[5] “C’era uno spirito di patria, veramente di patria, come c’era quello di famiglia, si voleva…Noi, attento, a noi hanno insegnato a scuola, a scuola da ragazzi, che Trento e Trieste, se non ce la dava Francesco Giuseppe, dovevamo andarle a prendere con la forza: ci hanno istruito ancora da ragazzi, a scuola…”.

[6] “Ho passato tre inverni sopra i tremila metri e mi sono ben temprato…io amo il freddo, mi lavo sempre con l’acqua fredda, mai con l’acqua temperata. Non so nemmeno io perché mi ritrovo con questa energia…Ho saputo, però, correggermi circa certe intemperanze…bere, e così…”.

[ Carlo Zoldan - Testimonianze. Barba Nani Comiotto da Carve, XXIII (1990), 79-80, p.54-58 ]

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